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23/12/07

Pubblicare con Berlusconi (ci risiamo!)

Casarin

Ogni tanto qualche giornalista tira fuori l'annosa questione. Come fa uno scrittore di sinistra, impegnato, ecc a pubblicare per la Mondadori (o l'Einaudi o Sperling, comunque dello stesso gruppo) dove l'azionista principale è Berlusconi? La cosa bella è che lo chiedono sia i giornalisti vicini a Forza Italia, che quelli dall'altra parte, o supposta tale, indignati per opposti motivi. La domanda è bellissima quanto volgare e idiota. Bellissima perché presuppone che esiste un mercato editoriale "al di fuori" del sistema capitalistico, quando anche i bambini sanno che l'unico modo sarebbe il baratto, praticato su un isola deserta.

Volgare perché vedo lo scrittore che pubblica per una casa editrice come una specie di servo, che scrive a comando per il divertimento del padrone, e si vende per una manciata di lenticchie.
Idiota perchè prevederebbe una sorta di lottizzazione degli scrittori, che pubblicherebbero solo con proprietari vicini alle loro idee politiche, posto che esistano, possibilmente scrivendo per se stessi e i propri amici in un ghettino fatto su misura.
Ora, come tutti sanno il rapporto tra uno scrittore della Mondadori e Berlusconi è lo stesso che passa tra un operaio della fiat e Lapo Elkann, con la differenza che un operaio è costretto a fare quanto gli chiedono, mentre uno scrittore, generalmente, scrive quello che gli pare e l'editore lo pubblica (esattamente come faccio io in questo blog, di proprietà dell'organo del padronato italiano), altrimenti cambia editore. E le pubblicazioni di Mondadori, da sempre, sono improntate all'ecumenismo: ci pubblicano Vespa, Buttafuoco come D'Alema e il Papa , perché come a tutte le case editrici importa il profitto, mica il colore politico degli scrittori (altrimenti la Feltrinelli non avrebbe pubblicato il berlusconiano Moccia, tanto per fare un esempio di segno opposto).

Non ne riparlerei se non avessi letto oggi sul Corriere della Sera, pagina 11, un articolo di Fabrizio Roncone che mi tira in ballo per aver portato Luca Casarini alla Mondadori come scrittore, e lo fa con i soliti argomenti e prendendo a pesci in faccia il suo intervistato, Casarini stesso. E, implicitamente, tutti gli scrittori di sinistra che pubblicano per Mondadori. Certo, se l'attacco fosse stato fatto a Camilleri, si sarebbero levati gli scudi, ma Casarini chi lo difende? Sta sul cazzo a tutti. Per questo questo attacco mi sembra ancora più volgare.
A Fabrizio Roncone consiglio la lettura di QUESTO, documento dei Wu Ming che QUATTRO anni fa diede conto del dibattito sull'Annosa Questione.
Oppure, semplicemente, di chiedersi per chi votano il proprietario del giornale per cui scrive e il suo direttore, chi sostengono politicamente, e chiedere la cacciata dal quotidiano, o l'autosospensione, di tutti i giornalisti di idee NON CONFORMI.
Perché la questione è la stessa. Anche se non c'è Casarini di mezzo.

CATEGORIE: Libri , politica , Prima pagina

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Commenti

Concordo pienamente con te, Sandrone..
Continua a fare il tuo lavoro, che si vede che sei libero.
I lettori lo sanno.

Avevo già salutato questo blog (temporaneamente, in previsione della prossima partezna e in pseudo-elaborazione di scorci trameschi). Ma l'intervento di Sandrone mi spinge a dire la mia, Non scrivo da emergente, perchè esperienze non ne ho in tal senso.
Come Sandrone forse apprenderà, di quanto blatero accenno anche in altro luogo, ma qui voglio alzare il tiro e spostarlo meglio sull'argomento.
C'è una ferita nel nostro Paese, una ferita che non deve mai essere rimarginata del tutto. E dottori, molto particolari, che hanno un compito già visto in epoca di peste e altre epidemie. Dottori che, invece di curare, servivano al controllo del potere.
Questa ferita è infiammata dall'epoca della Resistenza e, a tratti, questi solerti dottori (a volte hanno la maschera del politico, altre del giornalista, ecc.), sanno farla insanguinare.
E' la ferita che spacca in due il Paese. Ancora oggi. Nonostante i decenni. Ed è più efficace nel dividere corpi e pensieri, perchè non lasciata cicatrizzare in una valida terapia (una serena discussione).
Per cui, se, come nell'esempio indegno citato, uno scrittore definito di "sinistra" passa a pubblicare per Mondadori, ovviamente si riapre il gioco "politico" della caccia al traditore. E si mostrano le gogne.
O sei di qua. O sei di là.
Qualunque cosa voglia dire.
Raramente, semplicemente, sei.
Paradossalmente, sembra essere a tratti proprio la Sinistra istituzionalizzata quella meno in grado di liberarsi da ombre dal passato. Ma a questo gioco allo schieramento e allo voler schiarere per forza qualcuno, siamo in pochi a sfuggire.
La scrittura di un tale autore è di sinistra? Forse.
E allora perchè scrive anche "cose" di destra?
E, come osserva Sandrone, o il suo Socio, da che parte deve schierarsi per essere pubblicato conformente ligio alla sua ideologia? Come se fosse un tessarato con obblighi anche nella creatività e nell'espressione finale della stessa.
Dove tira il contratto, ecco dove va la mia coscienza, dove c'è la capacità di farmi notare da un pubblico, il più vasto ed attento possibile.
E, forse, se si scrive, anche se si osano persino avere idee personali, e persino dichiararle, si evita alla fine di scegliere uno schieramento editoriale.
Perchè, tanto, sono i dottori che stabiliscono i confini netti della ferita. Di quà o di là.
Perchè nelle parole dell'autore ci può comunque essere una scia di denuncia sociale (qui ritornerei ad un precedente post, magari; il noir come utilità sociale), ma senza la pedanteria dell'insegnamento.
E nella società, lo sentite, c'è puzza di m ... ovunque.
Sia che mi giri a destra, sia che mi giri a sinistra. E persino se lascio il mio sguardo al centro.
I dottori lasciano apera la ferita. In suppurazione.

Sono convinto che alla Mondadori ora che si sono accorti NON pubblicheranno il libro ( che conoscendo chi finge di averlo scritto - perche in realtà lui lo firma ma non ha scritto più di 50 righe e pure grammaticate - sarà una vera schifezza). Ciccio Formaggio, tieh !

Per Ciccio Formaggio. Anche il tuo commento non è molto GRAMMATICATO, eh....

@Ciccio e Giorgio. Bambini... su, fate i bravi.

Anch'io sono d'accordo. Immagino che un editore pubblichi un autore o un'autrice come scelta imprenditoriale e finché il rapporto costi/ricavi rimane favorevole. Tuttavia mi viene da pensare che non tutti i costi siano sostenibili e che gli autori e le autrici della rosa Mondadori siano liberi, ma non "scomodi". E' lo stesso meccanismo che permette a trasmissioni come Le Iene di esistere: punzecchiano, ma non fanno veramente male e gli introiti pubblicitari e d'immagine ripagano il "disagio". Detto questo, non è che si debba fare la rivoluzione in ogni momento e secondo me è giusto fare il proprio onesto mestiere in ogni contesto che lo permetta.

Quel che scrive GianMi è, a mio parere, il commento più lucido, anche per la giusta dose di cinismo, che in questi casi è d'obbligo. E' fuor di dubbio che all'azionista Mondadori quel che interessa sono i profitti, perché il denaro, oltre all'odore, non ha nemmeno provenienza politica. Ed è questa la logica che assegna responsabilità editoriali anche a chi si fregia delle più disparate provenienze politiche. Insomma, si tratta di business, un bidone aspiratutto che assorbe e tritura ogni cosa. E nient'altro.
Ma quel che conta in questa discussione è l'altro lato della questione, la controparte contrattuale.
Certo che paragonare l'intellettuale all'operaio Fiat credo che ci porti leggermente fuori strada. Che ventaglio di alternative ha l'operaio nella scelta dell'azienda che gli dà da vivere? E lo scrittore? Solo Mondadori-Einaudi permettono di arrivare in libreria? Non esistono altre case editrici in grado di promuovere e distribuire con la stessa efficacia?
Hai ragione tu, Sandrone, quando scrivi che l'intellettuale non è un servo. Per questo deve ritenersi libero di scegliere (libertà che si restringe quando si tratta di lavoro manuale) e assumersene le responsabilità, magari spiegandoci il perché della sua scelta (del resto non si tratta di intellettuali dotati di capacità argomentative?). Esattamente come fanno i Wu Ming che tu citi (o come fai tu, solitamente, con l'ironia che ti contraddistingue - ma non in questo caso ;-).
Sostengono, i Wu Ming, che pubblicare per il colosso di Segrate equivale a combattere il sistema dall'interno, semplicemente perché "all'esterno" non c'è spazio, per nessuno, per nessuna lotta. Invece di un inutile boicottaggio si preferisce inoculare il virus nell'organismo del mostro.
Ah, ma in che modo? Facendolo ingrassare fino al collasso?
Tutte le tesi sono lecite, anche quella un po' manichea o moralista che chiama coerenza la decisione di non offrire il proprio lavoro intellettuale a un imprenditore che gioca una parte considerevole nel sistema politico-culturale di questo Paese.
E sinceramente questa tua indignazione mi sorprende, ma mi sarei sorpreso molto di più se l'arrivo di Casarini in casa Mondadori non avesse sollevato nessuna voce critica. Se ne parla, nel bene e nel male, la stampa si accapiglia sulla questione. Forse è quello che Casarini cercava.

Non ne farei una grossa questione. L'importante è la libertà che ogni scrittore sente nelle parole che verga sulla sua tastiera prima e sulla carta in libreria.
La vera differenza la fa la bravura . Uno bravo, ha necessariamente l'opportunità di decidere se campare di quello che scrive o meno. E nel concetto stesso del mercato sta scritto che se vuoi fare il professionista sei obbligato a uscire su un editore che ti garantisca di essere letto il più possibile.
Quindi che sia Silvio o un altro pincopallino non c'è molta differenza.
La differenza vera la fa il tono deferente di certi scrittori o il tono spesso canzonatorio e critico di altri (vedi Sandrone o i Wu-Ming...)
Quindi no problem e sempre grande Sandrone.

@Fabio
Le mie ragioni le ho spiegate nel pezzo che ho scritto sul blog, cos'altro ti serve? Rispondo di quello che scrivo e di quello che pubblico, per quello che scrivo e quello che pubblico. Se a qualcuno non sta bene, non compri i miei libri, li distrugga o li rubi al supermercato, li fotocopi, li metta in rete. Lo scrittore si esprime scrivendo, il lettore comprando o non comprando, contestando e, in certi casi estremi, bruciando i libri in piazza. E' questo il gioco. E poi, pubblicare per la mondadori è bello, ci lavora gente che mi piace, il mio editor è un amico, scrivo quello che mi pare, non mi censurano. Sono le uniche motivazioni che contano. (Ma scusa, non sei tu quello nella foto sul suo blog che presenta un libro alla libreria Mondadori? Se qualcuno ti chiede perché sei andato lì invece che in un centro sociale, come reagisci?
Le tue ragioni valgono le mie.)
E ben vengano le voci critiche, ma su quello che uno pubblica, non perchè pubblica prima che abbia pubblicato. E da che pulpito, poi. Fosse il settimanale il Bolscevico capirei. Ma Il Corriere della Sera!

Mah..
Da sempre io sono molto infastidito da queste discussioni.
Perchè, se da un lato mi rode tantissimo che chi dica queste stronzate possa pensare che pubblicare con Mondadori equivalga ad avallare Berlusconi (e quindi, sono sicuro, non si fa tagliare i capelli, o macinare il manzo da un parrucchiere o un macellaio che votano Forza Italia!), dall'altra mi spiace sempre vedere come esista la censura televisiva, ma non quella libresca...

Come dire...

Forse che l'editoria è più libera perchè fa meno danni?

O forse siamo fortunati ad avere dei politici così imbecilli da pensarlo?

Caro Sandrone, ho letto l'articolo su Casarini e l'ho ritagliato per conservarlo in attesa dell'uscita del libro. Anche se non fosse stato scritto il tuo nome, già dal titolo avevo intuito chi aveva portato Casarini in Mondadori. Di questo articolo la cosa più disgustosa è la superficialità del giornalista che si rifiuta di parlare della trama del libro. Casarini non avrebbe dovuto neanche rispondere a un tipo così irrispettoso.

@Torgul
Qualsiasi vaccata in tv fa milioni di spettatori, di libri se ne vendono molto meno e alla fine li leggono una fetta molto risicata della popolazione, i pericolosi intellettuali che tanto prima o poi si possono fucilare.
@Ambretta
La cosa più allucinante è che le domande non erano quelle e nemmeno il tono dell'intervista, assolutamente amichevole e gentile. E' stato fatto un lavoro di montaggio a posteriori. E' per questo che molti politici le vogliono per iscritto... :-)

Lo dico in veste di collabora(tore|zionista) di Mondadori, i tuoi argomenti sono solidi e lucidi ma non hanno la capacità di togliere una patina di fastidio, che infatti provo anche nei confronti di me stesso, anche se continuo a ripetermi argomenti analoghi, solidi e lucidi.
In breve, mi piacerebbe che le realtà editoriali fossero realtà meramente editoriali, cosa che non è. In quel caso un mio progetto sarebbe approvato da una o un'altra casa editrice, poco importerebbe, o meglio importerebbe nella misura in cui mi sento partecipe, coinvolto, in una "linea", in un tracciato culturale.
Così non è, ne prendo atto serenamente ma non posso dire di essere contento se Mondadori mi pubblica. Semplicemente Mondadori, per motivi tutto sommato oscuri, mi ha detto sì mentre altre realtà che pensavo di preferire hanno risposto diversamente.
E a me, personalmente, il fastidio rimane intatto.

Boh, per me la gente non riesce a guardare quasi mai oltre il proprio naso. Gran parlare tutti di global mondial ecc e poi ragionano come mia nonna quando negli anni 60 non comprava alla bottega del macellaio antipatico. Non dovrei pubblicare per Mondadori per boicottare Berlusconi? E posso farlo davvero così, o non faccio che boicottare me stesso? Oppure dovrei sentirmi male perché il mio lavoro rimpingua le sue casse? Ma se è per questo il mio lavoro rappresenta anche un sostegno per le ottime persone che lavorano in Mondadori e che mai hanno visto Lui pur lavorando per Lui, o pur avendolo visto non sono per forza forzisti turbocapitalisti. Gli scrivessi i discorsi per le convention avrei giustamente i bruciori di stomaco, ma se scrivo un romanzo a casa mia dicendo quello che mi pare e poi Mondadori o Einaudi me lo vogliono pubblicare (e non è che ci sia la fila dietro la mia porta di scrittore, eh) perché dovrei sentirmi in colpa? Perché non pubblico con rivoluzionari anticapitalisti del calibro di feltrinelli? Non scherziamo. Gli unici autori censurati dalla grande editoria sono quelli difficili da leggere, non quelli pericolosi politicamente. L'unico pericolo di cui l'editoria ha paura è il reso invenduto. E' triste anche questo, ma è un altro discorso.

Fabio scrive:

"Sostengono, i Wu Ming, che pubblicare per il colosso di Segrate equivale a combattere il sistema dall'interno, semplicemente perché 'all'esterno' non c'è spazio, per nessuno, per nessuna lotta. Invece di un inutile boicottaggio si preferisce inoculare il virus nell'organismo del mostro."

Interessante riassunto. Peccato solo che non corrisponda a quello che abbiamo scritto. Uno si danna per essere preciso, perché ogni concetto sia letto nel giusto contesto e alla giusta altezza del filo del ragionamento, poi arriva quello che legge in fretta e furia in attesa di poter dire la sua, e addio complessità, addio pregnanza.
In nessuna parte dello scritto linkato noi affermiamo di "combattere il sistema". Anzi, diciamo proprio di non essere interessati a combattere un generico "sistema".
E non sosteniamo nemmeno che pubblicare per Mondadori equivalga a combattere il sistema dall'interno.
Noi sosteniamo che pubblicare *tout court* equivalga a essere nel sistema, anzi: che *vivere* tout court equivalga a essere nel sistema.
Mi si dimostri che oggi qualcuno vive al di fuori del sistema capitalistico e del ciclo delle merci.
Non ce ne frega un cazzo di chi si dice anti-sistema, perché è solo una posizione di principio a cui non corrisponde alcuna prassi reale. Quelli che conosciamo che fanno qualcosa di buono si muovono dentro all'unico sistema che c'è: quello capitalistico. Ci stanno dentro in modo critico, anche deviante, ma ci si muovono dentro, perché l'unico modo per starne fuori è non nascere.
Tornando alla Mondadori, in nessuna parte noi ci abbassiamo alla banalità suprema di affermare che stiamo inoculando nel mostro il virus etc. etc. Queste sono stronzate da cyber-dementi. Noi, molto più modestamente, cerchiamo di partire dai risultati ottenuti per forzare le regole e ottenere altri risultati.
Sia chiaro: nel testo linkato noi diciamo senza ambiguità che la nostra posizione non è comoda e non ci piace, che la proprietà berlusconiana della Mondadori e dell'Einaudi è un grosso problema, e che proprio noi (noi autori di sinistra che pubblicano per quelle case editrici) siamo i primi a desiderare che questo problema si risolva.
Nel frattempo, restiamo lì perché è il teatro di guerra in cui abbiamo vinto battaglie che riteniamo importanti per il nostro futuro, e il motto è "resistere un minuto più del padrone".
Fabio, questa posizione non ti piace? E' un tuo diritto, siamo pur sempre in un paese libero. Al contrario, non hai il diritto di "riassumerla" e distorcerla come ti pare e piace, e di attribuirci frasi che non abbiamo mai scritto.

Ma scusate Monadori è l'unica realtà editoriale a cui uno scrittore può fare riferimento?
Ognuno è libero di fare le proprie scelte e auto-determinarsi la propria etica ma trovo abbastanza ipocrita non guardare la faccenda per quello che è : ad alcuni scrittori piace pubblicare per Mondadori perchè preferiscono stare dalla parte del più forte (enormi risorse economiche, organizzative,ecc) anzichè abbracciare delle realtà editoriali piccole e di sicuro meno presenti sul mercato. Qui non stiamo parlando se bisogna pubblicare o meno (quindi il riferimento di Sandrone sul baratto e del tutto fuori luogo) bensì "come" , "con chi" pubblicare. Provengo da un settore (la musica) dove non uscire con una major in genere è visto come gesto di coerenza e di coraggio, e ciò nonostante a volte ci si rende conto che per avere una presenza su scala mondiale l'intervento di una major è inevitabile. Ma sull'editoria italiana no, qui la faccenda secondo me è diversa. Si può stare anche con piccole case editrici e non per questo sentirsi degli esclusi. Certo il libro pompato in tutti gli spazi espositivi possibili fa piacere a tutti, ci mancherebbe, ma la coerenza può essere un valore aggiunto. In ogni caso sottolineo che :
1 - chi scrive per major ha le stesse probabilità di scrivere un capolavoro/cagata di chiunque altro.
2 - non giudico il valore di un romanzo dall'editore.

Qui si parla di coerenza e stima per le scelte di uno scrittore. Siamo nel mondo del "soggettivo".

Ugo

per Ugo

Ho pubblicato e pubblico anche con piccole case editrici, e per quanto non si possa parlare di esclusione totale, se vuoi che quello che fai sia diffuso sul territorio in modo ragionevole (lasciamo stare le questioni come il pompaggio, che non mi ha mai riguardato) hai bisogno di lavorare con una media o grande casa editrice. Soprattutto se fai della scrittura il tuo lavoro e non un hobby non retribuito, come è il mio caso. Poi, proprio per averci lavorato, non esalterei le piccole case editrici in quanto tali. Spesso riproducono al peggio le peggiori dinamiche della grandi case editrici. Senza averne nemmeno un pregio

Ugo, io posso solo parlare a nome mio e nostro (di WM): noi abbiamo pubblicato e tuttora pubblichiamo anche con piccole e medie case editrici. Abbiamo pubblicato con Castelvecchi, Derive Approdi, Bacchilega, Fanucci, e un nostro romanzo breve uscirà tra qualche tempo per la collana "Verdenero" delle edizioni Ambiente (che ne ha pubblicato anche uno di Sandrone).

Non esiste l'aut aut "o pubblichi con le major o pubblichi con le indipendenti". Si può pubblicare con le une E con le altre.
Semplicemente, i nostri progetti sono diversi l'uno dall'altro, e "tarati" per diversi tipi di editore. Certi nostri libri potrebbero uscire solo con Einaudi Stile Libero, perché così li abbiamo pensati e perché quello è l'editore giusto e quella è la collana giusta con gli interlocutori giusti.
Tra l'altro, l'Einaudi non è l'unica major con cui escono i nostri libri: "Free Karma Food" è uscito per Rizzoli, e anche un nostro libro di viaggio sul Canada uscirà per Rizzoli nel 2008.

Quel che è certo è che un pilastro fondamentale del nostro progetto è proprio la pubblicazione con le major. Fa parte della nostra riflessione fin dall'inizio: portare certe scelte e certe pratiche nel cuore del mercato editoriale, con prime tirature da decine di migliaia di copie, di contro alle mille copie che può tirare un piccolo editore quando va bene. Son capaci tutti (o quasi tutti) di essere marginali. I nostri libri devono vendere senza che noi ci s/vendiamo, e raggiungere il maggior numero di persone possibile senza tradire la nostra impostazione, e noi dobbiamo riuscire a camparci senza fare marchette indegne.

Questa è la sfida, fin dai primi giorni.

Inoltre, per favore, usciamo dall'equivoco del "piccolo è bello": abbiamo conosciuto svariati piccoli editori che sono cialtroni e figli di puttana quanto e più dei colossi. Alcuni sono dei "cumenda" da commedia all'italiana la cui "fabbrichètta" opera nella cultura ma potrebbe anche produrre tomaie e suole di ciabatte e non cambierebbe niente.
Se questo lavoro lo fai a tempo pieno e non per hobby, e ci vivi, le romanticherie sul piccolo editore corsaro lasciano comunque il tempo che trovano.

Per tutti.
Vi rimando all'ultimo post...

Assolutamente comprensibile che si possa lavorare su più piani (con diverse case aziende...piccole_medie_grosse) e tarare un progetto proprio sulle opportunità che una major può offrire ed è assolutamente EVIDENTE che a volte le realtà piccole riproducono al peggio le dinamiche delle grosse aziende. Nella musica oramai questa è una tendenza assodata : le labels indie sono la rappresentazione più bieca del pidocchioso e snob cinismo culturale.
Non vorrei però che per uscire da questa "romanticheria" (vera e assodata) ci si dimentichi che in fondo esistono comunque delle medie (in effetti eviterei le "piccole") case editrici che non trovano spazi. Su questo purtroppo il libro sta sviluppando le stesse problematiche del cd : le major occupano tutti gli spazi possibili con i propri autori e se non pubblichi con loro il tuo libro/cd devi "ordinarlo" .
Solo che con la musica esiste la "rete" che (nel bene o nel male) qualche scenario nuovo lo sta indicando. Il libro è legato al cartaceo, di questo godo come lettore ma non vorrei essere al posto di un medio editore colto e valoroso (i "cumenda" che dio li strafulmini).

è vero, non tutti gli scrittori pubblicano con editori vicini alle proprie concezioni politiche, anzi, quasi nessuno ha mai le stesse idee del proprio editore.
Però deve esistere la comunanza di intenti tra l'autore e chi pubblica, e quando questo avviene, quando Calvino collaborò con l'Einaudi per trasmettere idee attraverso scelte editoriali, vi fu un reale avanzamento della cultura nel paese. e come Calvino, furono molti altri scrittori (Vittorini, Croce, Morante) ad avere la coscienza di poter cambiare le cose attraverso il dialogo con il proprio editore, (o con il proprio "proprietario", come scrivi tu) il problema è che oggi questi scrittori sono diventati pochini, o forse hanno semplicemente perso la loro risicata autonomia.

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